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Presentazione della mostra "I Garibaldi dopo Garibaldi"

Comune di Velletri - 14 maggio 2003 - Sala delle Lapidi

Intervento Prof. Mario Di Napoli
- Consigliere parlamentare -
Professore all'Università La Sapienza di Roma


Io credo che non ci sia nella storia d'Italia un personaggio più caratterizzato dalla fama e dal mito quanto Giuseppe Garibaldi. Non c'è Comune d'Italia che non abbia un monumento, un busto, una via, una piazza intitolata, a Giuseppe Garibaldi, una casa dove ha dormito e forse non solo quello. E Velletri non solo non sfugge ma in un certo senso è legata a Garibaldi in modo più particolare rispetto ad altre città, a cominciare dalla vicenda che la vide protagonista della Repubblica Romana nel 1849 per finire con il rapporto che la legò non solo a Garibaldi ma al suo primo figlio Menotti, - che portava il cognome di Ciro Menotti - e che fu regolarmente inviato alla Camera dei Deputati dagli elettori proprio di Velletri.
Quindi il legame di questa città con Garibaldi è molto forte e forse non poteva essere scelta migliore sede quanto quella dell'amministrazione comunale, che in un certo senso è quella in cui tutti gli abitanti di Velletri si possono riconoscere e sentirsi a casa propria, per ospitare questa mostra, che vuole avvicinarsi a questa famiglia che tanto peso ha avuto nella storia d'Italia. E vuole presentare a tutti noi la figura di Garibaldi sotto una luce diversa: non soltanto sotto la luce del grande condottiero, del grande Generale cui si devono alcune delle battaglie decisive per la sorte dell'Unità italiana. Non dimentichiamo mai che dopo il 1859, quando la dinastia sabauda aveva conquistato la Lombardia e aveva ottenuto le annessioni della Toscana e dell'Emilia-Romagna, l'unificazione italiana si sarebbe fermata lì, ci sarebbe stata un'Italia del Centro Nord se la Spedizione dei Mille con Garibaldi non avesse ribaltato la situazione e portato alla conquista della Sicilia e dell'Italia meridionale. Quindi, in un certo senso, se è vero che l'Italia si è riunificata sotto la Monarchia dei Savoia, è anche vero che è stata la figura di Garibaldi che ha impresso la spinta decisiva alla realizzazione del progetto unitario che peraltro era stato vagheggiato per primo da Giuseppe Mazzini. L'Italia tutta deve a Garibaldi di essere unita proprio per quello che è stata la meravigliosa Spedizione dei Mille.
La mostra non mira però a presentare la figura di Garibaldi attraverso questa che pure è stata la sua nota caratterizzante, ma attraverso la sua famiglia, attraverso gli affetti, in una dimensione più privata ma al tempo stesso che non può restare tale. I membri di una famiglia che portano il nome di Garibaldi non possono infatti pensare di essere dei borghesi pantofolai che stanno in casa a guardare la televisione oppure, prima della sua invenzione, a leggere un romanzo d'appendice. Si tratta di una famiglia proiettata, per il fatto stesso di venire da tale padre, sotto i riflettori, sotto l'attenzione di tutti gli italiani, ma in particolare di quelli italiani che politicamente si sono riconosciuti nell'esperienza di Garibaldi.
Garibaldi non è soltanto stato un grande attore dell'Unificazione nazionale ma l'ha segnata soprattutto per alcuni valori, politici, etici, morali molto importanti che dobbiamo ricordare. Garibaldi ha fatto il Risorgimento con un esercito di popolo, di volontari, non soltanto con un esercito di carriera. Ed anzi ha vivificato l'Esercito di carriera perché poi i garibaldini, dopo la Spedizione dei Mille ma già prima quando avevano combattuto nelle due guerre d'indipendenza e quando successivamente combatteranno nella Terza guerre d'indipendenza riportando peraltro in quella sfortunata campagna bellica del 1866 la sola vittoria, a Bezzecca, hanno fecondato l'Esercito italiano e ne hanno precorso i gradi. Quindi con Garibaldi abbiamo una vera trasformazione della mentalità delle Forze Armate italiane che diventano una milizia nazionale, una milizia legata al popolo ed alla libertà. Non sono più soltanto l'Esercito del Re; certo, nel periodo Monarchico l'Esercito, continuerà ad essere un esercito regio, ma diventerà più facilmente un Esercito repubblicano a partire dal 1946 proprio perché nella sua coscienza era rimasta sempre viva la memoria dell'esperienza garibaldina, un'esperienza che ha segnato la lotta militare con le idee più alte della patria e della libertà.
E quindi ci avviciniamo a capire che il nostro interesse per Garibaldi non è soltanto un interesse del passato ma anche un interesse del presente, perché questi valori della patria, della libertà e della democrazia, per cui Garibaldi si è speso, sono valori che sono durati anche dopo di lui. E come potevano durare? in virtù anche dei suoi seguaci, a cominciare dai figli ed anche dalle associazioni che, come ricordava la Prof. Garibaldi, si sono susseguite nel suo nome. E' dunque la sua una famiglia che si identifica con la storia d'Italia e che unisce una dimensione di vita privata con una dimensione di vita nazionale.
"I Garibaldi dopo Garibaldi" sono in particolare i figli e di Giuseppe e Anita, Menotti e Ricciotti, ma anche la discendenza della figlia Teresa che è strettamente legata al ceppo politico garibaldino (pensiamo al suo stesso matrimonio con Stefano Canzio, uno dei più stetti collaboratori di Giuseppe Garibaldi, sicché anche gli affetti sentimentali maturano in un certo senso all'interno di un'unica atmosfera morale.). Questa famiglia è stata un riferimento per la democrazia italiana, perché ha rappresentato alcuni valori che, seppur nella contraddizioni della vita quotidiana che hanno portato evidentemente anche i figli e nipoti a scelte di vita o di militanza politica diversa, hanno costituito un patrimonio comune che è stato trasmesso alle generazioni che si sono susseguite e che anche oggi possiamo raccogliere ed attraverso questa mostra conoscere meglio.

Ho pensato di individuare tre motivi che, secondo me. costituiscono l'ossatura di questo patrimonio morale che ci viene dell'esperienza garibaldina, che anche oggi a molti anni di distanza offre motivi di riflessione.

Innanzi tutto Garibaldi e la sua famiglia ci testimoniano l'italianità, ma non come espressione retorica, bensì come senso profondo di una dimensione umana, che ha caratterizzato la generosità anche del sacrificio personale sia del Generale Garibaldi che ha combattuto con sprezzo del pericolo per la sua vita ma anche dei suoi figli che lo hanno accompagnato nelle campagne militari fino a Digione nel 1871, quando i garibaldini scesero a difendere la Francia dall'invasione tedesca, o quando ancora combatterono, sempre in favore dei francesi contro i tedeschi, i figli di Ricciotti Garibaldi nel 1914, all'inizio della prima guerra mondiale, mentrel'Italia era ancora attestata su una posizione di neutralità. Due dei nipoti di Garibaldi sono allora caduti nelle Argonne, a difendere la democrazia francese e a combattere per la prospettiva dell'irredentismo italiano in quella che sarebbe stata la prima guerra mondiale come Quarta Guerra d'Indipendenza, come guerra per la liberazione dall'Austria di Trento e Trieste. Quindi c'è una dimensione di sacrificio, d'impegno diretto vissuta con grande partecipazione umana che è un esempio di una caratteristica della nostra nazione, che la famiglia Garibaldi ha rappresentato nella sua vicenda, e che presenta un altro aspetto importante, forse meno diffuso nel nostro paese ma di cui i Garibaldi ci testimoniano l'alto sentire: la corrispondenza tra il pensiero e l'azione, tra i mezzi ed i fini. Avere cioè degli ideali e mettersi in gioco per la loro realizzazione.
Ciò non vuol dire che oggi dobbiamo fare una guerra per testimoniare i nostri ideali, ma allora era necessario perché si trattava di consentire, in una prospettiva democratica, all'Italia di avere il suo posto in Europa come nazione. Perciò dall'esempio di una figura come quella di Garibaldi ma anche, nonostante tante contraddizioni, dai suoi figli e dai suoi discendenti, noi impariamo questo importante valore: che non basta parlare, predicare anche i più alti ideali ma bisogna realizzarli nell' esperienza concreta.
La seconda dimensione che voglio sottolineare e che ci deriva direttamente da questa vicenda famigliare è quella della continuità della vicenda storica nazionale. Nel nome di Garibaldi e della tradizione garibaldina, l'idea dell'Italia viene ad essere interpretata nel corso tempo e trasmessa alle generazioni future. C'è stata una battaglia risorgimentale ma a questa battaglia hanno fatto seguito altre battaglie come quelle della prima guerra mondiale e altre ci sono state quando una brigata Garibaldi nel 1936 si è recata in Spagna per combattere il regime dittatoriale che stava prendendo il potere e quando poi nella Resistenza il nome e l'esempio di Garibaldi fu preso a riferimento da molti elementi partigiani, proprio perché si voleva ricollegare la Resistenza, quindi la battaglia contro il nazifascismo, al Risorgimento.
Fu la tradizione garibaldina all'interno della Resistenza a saldare in un certo senso l'esperienza storica nazionale italiana a quello che sarebbe stato il futuro della Repubblica. Garibaldi, pur fervente Repubblicano, accettò il compromesso con la Monarchia cedendo la sua conquista dell'Italia Meridionale al Re Vittorio Emanuele per l'interesse supremo dell'unità italiana con profondo realismo, rendendosi conto che nel 1860-61 solo la dinastia dei Savoia poteva realizzare questo obiettivo, quel Garibaldi era comunque sempre stato un seguace di Mazzini, sin dall'inizio aderendo alla Giovane Italia, da marinaio nizzardo, e lo era stato poi quando aveva comandato le truppe della Repubblica Romana, ma ancor prima quando aveva nell'America del Sud difeso, come avete visto nei pannelli, la Repubblica del Rio Grande do Sul. I suoi discendenti avevano continuato a proclamare questo credo repubblicano e una delle sua figlie, Clelia, poté realizzare questo sogno della sua famiglia votando nel 1946 per il referendum istituzionale per la Repubblica e candidandosi nelle file del Partito Repubblicano, e quindi in un certo senso chiudendo il cerchio di una battaglia storica nazionale che realizzava l'antico sogno mazziniano e garibaldino di fare dell'Italia una Repubblica. Non fu solo lei, del resto, ma anche altri discendenti di Garibaldi ad essere fortemente impegnati in quella campagna referendaria perché, aldilà della scelta tra Repubblica e Monarchia, la famiglia in quel momento viveva una sua esperienza diretta di lotta politica per l'Italia nuova che sarebbe dovuta risorgere dalle macerie del fascismo e della seconda guerra mondiale.
C'è dunque un filo rosso - ma veramente rosso se pensiamo al colore che caratterizza la camicia garibaldina - che lega la storia d'Italia e che è stato un filo in cui si sono sempre interpretati gesti di generosità, di sacrificio e d'impegno personali.
Ma c'è una terza componente che ci viene direttamente dalla esperienza non solo di Garibaldi ma anche dei suoi discendenti, che mai come oggi è importante sottolineare: ed è la vocazione internazionale, l'apertura oltre i confini della nostra Italia pur tanto amata e tanto inseguita per la sua unificazione.
Anche a questo proposito è pertinente il riferimento a Mazzini che affermava: "amo la patria perché amo le patrie", quindi non soltanto la patria italiana ma tutte le altre patrie, Garibaldi è uno dei principali esempi del patriottismo democratico del nostro Risorgimento, che non si preoccupava soltanto di fare dell'Italia una nazione libera e democratica, ma voleva che questo obiettivo fosse condiviso da tutte quante le altre nazioni del mondo, in una prospettiva di pace e di fratellanza universale tra i popoli che poggiava proprio sull'assai realistica convinzione che le democrazie non si sarebbero fatte guerre tra loro e che quindi, se si voleva realizzare la pace nel mondo, bisognava realizzare la democrazia in ogni sua parte. Le democrazie avrebbero dialogato, cooperato trovando i punti d'unione e non di divisione.
In questo senso si spiega perché Garibaldi abbia valicato l'Atlantico con tanta facilità per combattere in quelle realtà, dove peraltro era in corso, già nel XIX secolo una consistente emigrazione italiana, e si stava creando un forte elemento di fratellanza tra l'Italia a l'America Latina. Quindi c'è un forte collegamento tra l'Italia e un continente, che a quell'epoca e con molte difficoltà- ma pensiamo contro quante dittature ha dovuto combattere anche in tempi assai vicini - lottava per la libertà e la democrazia.
Garibaldi ha dato un forte contributo a questa battaglia: anche se non stava combattendo per la libertà italiana, l'idea per la quale stava combattendo era quella stessa idea per la quale non poteva in quel momento combattere in Italia. L'esperienza internazionale peraltro non è limitata all'America Latina; ho citato quella che fu la vicenda militare in Francia nel 1870-71, ma anche i figli Menotti e Ricciotti guardarono sempre ad una responsabilità verso altri popoli, soprattutto verso i Balcani, che che alla fine dell'800 ed all'inizio del 900 erano oppressi da una parte dalla dominazione austriaca e dall'altra parte dalla dominazione turca. Questi popoli slavi, greci, rumeni, bulgari, che pure avevano solidarizzato con le aspirazioni italiane, erano nazionalità oppresse che avevano bisogno d'aiuto. Ed in questo senso sia Menotti sia Ricciotti Garibaldi alimentarono il consenso degli italiani verso queste popolazioni, organizzando anche delle spedizioni militari. Ce ne fu una nel 1897 in Grecia in cui Ricciotti partecipò: fu alla battaglia di Domokos, in cui molti italiani perirono, proprio per sostenere le aspirazioni del popolo greco. L'Italia democratica, che allora aveva raggiunto ormai da più di 30 anni l'unità nazionale, non si dimenticava di quello che era stato il suo travaglio e si metteva in gioco per consentire anche agli altri popoli di raggiungere lo stesso traguardo. Garibaldi era morto da 15 anni, ma nei suoi figli e nei suoi seguaci era vivo il suo monito.
Ho già fatto qualche accenno precedenza anche a successive esperienze d'impegno del garibaldinismo all'estero, per esempio in Spagna e nella Resistenza non solo italiana, ma anche francese (molti antifascisti- tra cui Sante Garibaldi - si erano trasferiti in Francia al tempo del fascismo ed avevano alimentato la fiammella garibaldina), che dimostrano un'apertura internazionale che era ispirata alla grande idea d'Europa, che Mazzini aveva ispirato nel 1834 fondando a Berna la Giovane Europa, che Garibaldi e tutta la sua tradizione condividevano, e che oggi si avvia ad essere sempre più intensa non solo per quanto riguarda l'Italia ma anche - dall'anno prossimo - per altri dieci nuovi paesi dell'Europa orientale e mediterranea. Sono in larga parte proprio quei Paesi relativi ai popoli, come gli ungheresi e i polacchi, che avevano partecipato con loro contingenti alle battaglie per il Risorgimento italiano e che con analogo spirito di fratellanza gli italiani avevano a loro volta appoggiato e sostenuto. Quindi noi troviamo, rileggendo i pannelli che ci testimoniano la storia di Garibaldi e della sua famiglia, una proiezione europea che ci riporta anche alle scelte di oggi.
Per concludere direi che in questa mostra si realizza una perfetta fusione tra la vicenda di una famiglia, la storia nazionale e l'epopea. Si dice: "Guai a quel popolo che ha bisogno di eroi, di miti". Non è questo che cerchiamo ma cerchiamo un collegamento con il nostro passato nella storia garibaldina. Il senso lo ritroviamo integro nel testamento politico di Garibaldi in cui invita ad amare il vero e la libertà e ad odiare la menzogna e la tirannide. Queste sono le parole chiave che ci dobbiamo scolpire nella mente, per capire che da una parte c'è il vero e la libertà, dall'altra la tirannide e la menzogna. E' naturale che il vero si contrapponga alla menzogna e la libertà alla tirannide. Ma sono cose che stanno sempre assieme, due a due. Là dove c'è la verità c'è anche la libertà, la dove c'è la tirannide, c'è inevitabilmente la menzogna. Non dimentichiamolo.



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